Società offshore: costituzione società off shore nei paradisi fiscali
Paradisi fiscali: concetto di paradiso fiscale, elenco paradisi fiscali.
Sul concetto di paradiso fiscale. “Paradiso fiscale” è un’espressione usata sempre in libertà e molto spesso a sproposito. L’unico dato condiviso sul significato di paradiso fiscale, o dei paradisi fiscali, è che non esiste una definizione univoca di tali espressioni. Ciò inteso, se proprio si vuole andare avanti con la comprensione, è bene andare a vedere cosa determina l’attribuzione dell’espressione paradiso fiscale ad un dato paese e quali sono i paesi ai quali l’attribuzione del termine “paradisi fiscali” viene assegnata. Dato che le fonti sulle quali ci si dimena intorno all’argomento “paradisi fiscali” sono molteplici, e producono dati e considerazioni molto diverse fra loro, non resta che convergere sull’ente più autorevole per tentare di fare un po’ di luce sul significato del concetto di paradiso fiscale e sull’elenco dei paesi riconosciuti come paradisi fiscali.
Sulla determinazione del concetto e dell’assegnazione dell’attributo: paradisi fiscali sono quei paesi che sono esplicitamente indicati come tali (cioè come paradisi fiscali) dall’OCSE. Tutto ciò che viene pubblicato intorno alle attestazioni esplicite dell’ OCSE dovrebbe essere considerato in subordine. Infatti non esistono altri enti che sono altrettanto qualificati per decidere quale paese può essere indicato come paradiso fiscale e quale no. Da ciò consegue direttamente che il primo criterio di individuazione dei paradisi fiscali consiste nella verifica che quei paesi denominati paradisi fiscali siano denominati tali dall’OCSE. Al mito dei paradisi fiscali vengono spesso associati criteri di tipo interpretativo-deduttivo: per esempio, si definiscono paradisi fiscali, secondo il mito divulgato e diffuso, quei paesi in cui si realizzino un paio o più delle seguenti situazioni possibili:
una contenuta (o pari allo zero) pressione fiscale;
il rispetto del segreto bancario (il cui principio viene demonizzato e interpretato come “mancanza di scambio di informazioni”);
la presenza di norme che limitino la “trasparenza” riguardo i contribuenti (tale costruzione, frutto della fantasia degli artisti, è incomprensibile e non viene spiegata nei suoi principi né nella sua improbabile pratica);
assenza di un’“effettiva” attività economica (anche tale costruzione sarebbe da associare a qualche processo mentale di tipo dissociativo; infatti non è dato ai più di poter indicare un punto del pianeta in cui vi sia “assenza di attività economica“).
La “mancanza di trasparenza” viene associata alla metafora della lotta al riciclaggio del denaro cosiddetto “sporco” e viene addotta ad argomentazione per giustificare il mito del senso malevolo dei paradisi fiscali, per additarli e per ricondurli alla mano direttrice di Satana. Ma cos’è il denaro “sporco” e cosa sarebbe la lotta al riciclaggio? Il denaro sporco è quello che proviene dal traffico di droga? O dal traffico di Armi? Gli enti multinazionali che amministrano le attività collegate al traffico di droga e alla vendita di armi internazionale sono perfettamente legalizzati; essi operano, e sono autorizzati formalmente ad operare, senza la supervisione e il controllo delle autorità di revisione contabile e giurisdizionale rappresentativi dei governi e degli stati sui cui territori questi operano. Perciò non necessariamente operano in paradisi fiscali e non hanno proprio nessun bisogno di riparare nei paradisi fiscali per sfuggire a controlli da parte di Enti di Stato che non hanno su di essi alcun potere né obbligo di controllo. Quindi si tratta di una burla, come quella che indica nell’evasione fiscale una delle maggiori croci responsabili del debito pubblico italiano o del suo strutturale disavanzo di bilancio. Il mito consente sempre di distrarre l’attenzione del cittadino dai crimini reali e a dargli la sensazione che i responsabili dei suoi mali sono altri cittadini evasori o altri cittadini che eludono il fisco riparando i loro risparmi e i frutti del loro sudato lavoro in paradisi fiscali. Ma i responsabili dei mali del cittadino non sono altri cittadini più furbi provenienti dalla medesima classe di cittadini. Si tratta altresì di cittadini speciali, personaggi invisibili che maneggiano trilioni di dollari che comandano sui governi di tutte le fasce e di tutti i colori.
E quelli che si avvicinano per stato sociale a tali personaggi percepiscono l’irrilevanza del mito, tanto è vero che non si preoccupano affatto di collocare le sedi delle loro imprese multinazionali nei paradisi fiscali. Si trova indicato sul web il libro: “Paradisi Fiscali“, a cura di ARES 2000 – Malatempora; e da questo lavoro si cavano i dati a riprova di quanto è indicato di sopra: Pirelli, Mondadori, Tosi, Merloni, Ariston, Meccanica Finanziaria, Lucchini, Autogrill, Franzoni, Gazzoni, Frascara e Valentino hanno sede in Lussemburgo, al numero 13 di Boulevard Prince Henry. Il gruppo Mediaset ha sede a Malta e l’Istituto Mobiliare Italiano a Madeira. Sempre dal citato lavoro si ricava che il 50% delle società quotate in borsa (probabilmente si riferisce alla borsa italiana), e il 22% dei gruppi bancari, hanno partecipazioni “quasi sempre di controllo” in società residenti nei cosiddetti paradisi fiscali. Questa citazione, se riporta dati in modo corretto, dimostra proprio il contrario di ciò che il mito vuole rappresentare; e cioè dimostra che i paradisi fiscali hanno la funzione di aiutare a far girare la produzione e l’economia, di favorire la crescita economica e non la contrazione e la stagnazione, come invece fanno i miti, la perdita della sovranità monetaria e l’eccesso di pressione fiscale.
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