1848: cardinale Antonelli, imposte e malgoverno
Chi è il cardinale Antonelli che da tanti anni governa Roma e guida per il naso Pio IX? Egli è un montanaro di Sonnino, paese quasi esclusivamente di briganti, molti dei suoi parenti avea veduti egli stesso appiccar per la gola come briganti, il suo padre non a dava invero a mano armata nella campagna ad assalire i viandanti, ma restava in Sonnino per riscuotere le taglie imposte dai briganti suoi congiuuti, e specialmente dal famigerato Gasperone.
Il nostro Giacomo Antonelli vide ben tosto che la vita del brigante di campagna aveva i suoi pericoli, ne scelse una migliore che potesse essere, secondo lui, più lucrosa, meno faticosa, e senza pericoli: entrò nel seminario romano, ed a forza di strisciare e di adulare giunse ai primi gradi della prelatura, fino a che sotto Gregorio XVI giunse al posto di tesoriere allora chiamò attorno a sé i suoi fratelli, li arricchì delle rendite dello Stato, diede ad essi tutti gli appalti col guadagno del cinquanta per cento, ed in poco tempo egli ed i suoi fratelli ammassarono ricchezze immense.
Si vuole che egli fosse l’autore dei disordini del 16 novembre 1848, ordinando agli Svizzeri di trarre sul popolo disarmato, per aver così l’occasione di condurre via da Roma il papa, e di menarlo a Gaeta. Fu in Gaeta che egli isolò Pio IX e si fece padrone assoluto del suo animo.
Il cardinale Antonelli ha attualmente cinquantanove anni, essendo nato nel 1806; egli però sembra più giovane; è di corpo snello e robusto, di quella robustezza dei montanari, ha sguardo vivo e penetrante, carnagione bruna, lunghi denti; due pesanti mandibole e le grosse labbra esprimono i più grossolani e più selvaggi appetiti; egli non ha che un popolo solo in Roma, come suol dirsi, cioè il popolo di coloro che lo detestano. Le sue avventure galanti non sono un mistero per alcuno, egli è sempre in timore di essere ucciso, e la polizia ha grandissime occupazioni per rassicurare i timori di S. Eminenza.
Se il papa si contentasse di essere capo della religione ed imponesse a tutti i Cattolici, per il suo mantenimento, la tenue imposta di un soldo all’anno, su centocinquantamilioni di Cattolici, egli avrebbe una rendita annua di sette milioni e mezzo, più che sufficiente per un vescovo, e niente gravosa per i popoli; ma disgra- ziatamente egli vuol essere re, ed oltre a mungere il cattolicismo, col così detto obolo di S. Pietro, con le spese, di dispense, di bolle, di brevi, munge eziandio i poveri suoi sudditi, e li induce a miseria per le imposte e per il malgoverno.
Secondo tutti i buoni statisti, tre sono le sorgenti della pubblica ricchezza: agricoltura, industria e commercio. Ogni buon governante che pensa ai propri interessi cerca di alimentare queste fonti; ogni papa invece cerca di sfruttarle, e la ragione ne è evidente: egli non pensa ai suoi successori che non sono suoi figli né sua famiglia, pensa ad arricchire, durante il corto suo regno, i suoi nepoti che non saran più nulla dopo la sua morte. Quindi nel governo papale l’industria è inceppata dai privilegi, perché il privilegio si paga ed entra nelle casse del pontefice; le più piccole industrie in Roma sono privilegiate, perfino le cestelle dei venditori di frutta sono fabbricate per privilegio.
Il commercio è inceppato per il monopolio di alcuni privilegiati, e specialmente degli Antonelli, è impedito per la mancanza di comunicazioni e per la sicurezza delle vie, è vietato per una malintesa malizia di dogana. Nel 1847 si formò una società di commercianti in Roma per profittare della deserta campagne romana con piantagioni di barbebietole, onde estrarne lo zucchero. Si fecero i saggi, e quelle feraci campagni produceano barbebietole di enorme grandezza e di ottima qualità. Dopo estratto lo zucchero, si presentò al papa, si domandò il permesso per la piantagione obbligandosi la compagnia di fornire lo zucchero per il consumo dello Stato a baiocchi quattro per libbra, appunto la metà di quello che pagavasi il più cattivo zucchero che veniva dall’estero. Cosa incredibile ma vera, il governo pontificio non accordò il permesso di quella piantagione, perché producendosi lo zucchero nello Stato non avrebbe più introitato le gabelle dello zucchero estero.
Ma se l’industria e il commercio non sono incoraggiati, l’agricoltura negli Stati pontifici è letteralmente oppressa; il povero agricoltore è costretto ad abbandonare il suo terreno, perché sebbene fertilissimo, non gli rende tanto da pagare le imposte. Il marchese Pepoli, nel suo libro del debito pubblico degli Stati romani, ha dimostrato che le proprietà rurali debbono pagare centosessanta lire d’imposta, per ogni cento lire di rendita imponibile.
Quando l’uva era attaccata dalla malattia, ogni governo cercava sollevare i proprietari sventurati; ma il governo papale invece aggravò l’imposte sulle uve.
Il grano è una delle migliori raccolte dell’agro romano; ebbene, il grano paga un’imposta di due scudi e venti baiocchi per rubbio, che calcolato il rubbio al massimo prezzo di dieci scudi, porta un ventidue per cento d’imposta, e questo oltre l’imposta fondiaria sul terreno. Il bestiame è sottomesso a tasse enormi e vessatorie: i cavalli, per esempio, pagano il cinque per cento del loro valore ogni volta che sono venduti; un cavallo venduto venti volte, rende al governo tanto profitto quanto al padrone; eppure questa tassa non figura per nulla sul bilancio attivo, essa è un piccolo incerto che appartiene al cardinal datario. Un’altra piaga dell’agricoltura sono le mani morte. I grandi terreni nei dintorni di Roma appartengono ai conventi. Ogni amministratore di convento non dura più di tre anni nella sua amministrazione, egli cerca d’incassare quanto più può, e di spendere il meno possibile; in conseguenza i terreni non sono mai migliorati, ma sfruttati. Codesti grandi terreni si affittano, ma la legge proibisce di fittarli per più di tre anni, per cui il fittaiolo non può neppure nel suo interesse migliorare il terreno.
I sudditi del papa sono condannati ad essere poveri, acciò i preti sieno arricchiti. Ma i giornali clericali vanno esclamando che il piccolo Stato del papa è il più felice, perché i suoi sudditi pagano minori imposte. Vero ragionamento da preti! Io vorrei pagare piuttosto che una lira diecimila lire d’imposta, perché sarebbe il segno che avrei di che pagarle: gli Inglesi pagano molte imposte e ne son contenti: ma il governo romano ha diseccate le fonti della ricchezza, industria, commercio, agricoltura, e poi si dà il bugiardo vanto che i suoi sudditi non pagano che in ragione di nove lire per ciascuno. Sebbene non sia punto vero che a tanto poco ascendano le imposte papali.