La battaglia OECD contro la “competizione fiscale funesta”

 

L’assenza di legittimità della battaglia OECD contro la “competizione fiscale funesta” e i “paradisi fiscali” (espressioni infelici a base del linguaggio OECD) è stata palese sin dalla pubblicazione del controverso rapporto OECD del 1998.

Lo scopo dell’OECD non è mai stato quello di servire specifici obiettivi fiscali in Stati particolari; altresì, secondo quanto stabilito nella Convenzione Costitutiva del 1960, è quello di promuovere politiche concepite per:

A) raggiungere la maggior crescita economica sostenibile e il maggior livello di occupazione possibile; migliorare il tenore di vita dei cittadini degli stati membri, mantenendo la stabilità finanziaria e, conseguentemente, contribuire allo sviluppo dell’economia mondiale.
B) Contribuire ad una sana espansione economica, sia degli stati membri che degli altri, nel processo di sviluppo economico.
C) Contribuire all’espansione del commercio mondiale su base multilaterale e non discriminatoria, conformemente agli obblighi internazionali.

L’OECD è sempre stata, dalla sua fondazione, promotrice di liberalizzazione e di riforme che rafforzassero la l’autonomia del funzionamento dei mercati. È perciò assai sorprendente che in materia fiscale l’OECD rappresenti come elemento identificativo di un sistema fiscale pernicioso un livello d’imposizione fiscale più basso in alcuni paesi rispetto ad altri e protegga l’elevata imposizione fiscale. È una politica che dovrebbe apparire in perpetua contraddizione con i suoi obiettivi economici. In effetti, l’OECD è conosciuta per la sua tendenza a mescere argomentazioni su linee diametralmente opposte riguardo alla competizione fiscale, per la quale tendenza è stata descritta “Organizzazione Schizofrenica”
(vedi: Daniel J. Mitchell, “Paris, Taxes”, TCS Daily, May 19, 2004). Da una parte la sua commissione “fisco e tributi” supporta qualunque politica che ostacoli il movimento di capitali dagli Stati ad alta oppressione fiscale ai cosiddetti paradisi fiscali e, al contempo, supporta l’alta imposizione fiscale e l’eccessiva spesa sociale; dall’altra parte, gli economisti OECD non possono che riconoscere che la competizione fiscale è una forza liberatoria nell’economia planetaria, proferendo affermazioni simili a questa: “la facoltà di scegliere il luogo e la base delle attività economiche contrasta le manchevolezze del processo di elaborazione dei bilanci degli stati, limita la tendenza a spendere e a tassare eccessivamente” (Vedi: OECD Economic Outlook, 1998, Pagina 166). L’OECD ha persino rilevato che: “alla radice del problema dell’elusione fiscale (sull’elusione fiscale vedi: elusione-fiscale: art. 37bis-DPR600-73) ci sono, in molti casi, aliquote fiscali elevate” (vedi OECD Economic Outlook, 1998 a pagina 157) e la ricerca empirica suggerisce una connessione fra amministrazioni pubbliche di grandi dimensioni – come si misura, per esempio, dalle spese e dalle imposte in rapporto percentuale con il PIL – e una bassa crescita economica (vedi OECD Economic Outlook, 1998 a pagina 159).

 

 

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